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Passi nel bosco passato

Un piccolo discorso sul metodo, perché si comprenda dove si è giunti. Buona lettura:


[..] Il futuro è l’orizzonte dei problemi; il passato la terraferma dei metodi, delle strade che crediamo di avere ben certe sotto i nostri piedi. Pensi, caro amico, alla terribile condizione dell’uomo per il quale, all’improvviso, il passato, le certezze, diventano instabili, un abisso. Prima, il pericolo pareva trovarsi soltanto di fronte a lui; ora è anche alle sue spalle e sotto i suoi piedi. Non sta succedendo anche a noi qualcosa di simile?

Credevamo di essere eredi di un magnifico passato e di poter vivere di rendita. Nel momento in cui il futuro ci incalza più fortemente rispetto alle ultime generazioni, ci voltiamo indietro cercando, come eravamo soliti, le armi tradizionali; ma impugnandoli ci rendiamo conto che sono spade di canna, gesti insufficienti, attrezzo scenico che si rompe nell’impatto col bronzo dei nostri problemi. E improvvisamente ci sentiamo diseredati, senza tradizione, indigenti, come neonati senza predecessori.. [..]

Nel momento del pericolo la vita scrolla via tutto ciò che vi è di inessenziale e cerca di spogliarsi, di ridursi al puro nervo, al puro muscolo. Qui sta la radice da cui può venire la salvezza dell’Europa, nella contrazione all’essenziale.

La vita è in sé stessa e sempre un naufragio. Naufragare non è affogare. Il poveretto, sentendo che s’immerge nell’abisso, agita le braccia per mantenersi a galla. Il movimento delle braccia col quale reagisce alla propria perdizione è la cultura- un moto natatorio. Quando la cultura non è che questo, realizza il suo significato e l’umano si eleva sul proprio abisso.

Dieci secoli di continuità culturale producono, però, tra i tanti vantaggi, anche il grande inconveniente della sicurezza dell’uomo, la perdita di emozione del naufragio, e la cultura si gonfia di opere parassitarie e linfatiche. Deve, quindi, sopraggiungere una qualche discontinuità che rinnovi nell’uomo la sensazione dello smarrimento, vera sostanza della sua vita. Occorre che gli vengano meno tutti gli strumenti per galleggiare, che non trovi nulla a cui aggrapparsi. Allora le sue braccia si agiteranno di nuovo in modo salvifico. La coscienza del naufragio, essendo la verità, è già la salvezza.

Per questo motivo io credo soltanto ai pensieri dei naufraghi[..]


Da un articolo di José Ortega y Gasset, pubblicato nel 1932 su una rivista tedesca, Die Neue Rundschau, riportato da La Repubblica il 26 novembre 2003 a pag 40.

 

“Camminare significa aprirsi al mondo, l’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi. Camminare, nel contesto della realtà contemporanea, parrebbe esprimere una forma di nostalgia, oppure di resistenza. Camminare introduce una dimensione dilettevole del tempo, come dei luoghi, il camminare rappresenta uno scarto, uno sberleffo alla modernità.” (David Le Breton)


Il Koan della prima mela (vedere come un bambino)

Dada ha assaggiato la sua prima mela. Biologica e grattugiata finemente è stata divorata in pochi minuti. Mentre Giò Giò officiava l’evento io, membro teorico della Familybi, restavo ad osservare, in attesa di una rivelazione Zen.
Strani educatori i maestri Zen: non pretendevano di insegnare nulla. Quello che desideravano era “disinsegnare”.
“Disinsegnavano” perchè i discepoli potessero vedere come non avevano mai visto. Dovevano tornare ad avere occhi da bambino, occhi che scoprono per la prima volta.
Nietzsche diceva che il primo compito dell’educazione è insegnare a vedere. Vedere non è una cosa semplice, non è una funzione naturale. Deve essere appresa. “Quello che vediamo non è quello che vediamo, se non quello che siamo” diceva Bernardo Soares. Bisogna essere diversi per vedere il mondo in modo diverso. Bisogna essere nuovi. Allora, la pedagogia dei maestri Zen aveva per obiettivo quello di togliere il superfluo, asciugare dall’eccesso e favorire lo smarrimento. E visto che siamo fatti soprattutto di parole (“I limiti del mio linguaggio rivelano i limiti del mio mondo” Wittgenstein), cercavano di disarticolare il feticcio del linguaggio. Tolto l’impiccio della parola, gli occhi vengono liberati dai “saperi” e acquistano la condizione degli occhi di un bambino: vedono come mai avevano visto.

Roland Barthes ebbe, nelle “ultime parole” della sua famosa Lezione, un’illuminazione Zen, e disse:
“Cerco, dunque, di farmi prendere dalla forza di ogni essere vivente:
l’oblio. Vi è un età in cui si insegna ciò che si sa; ne viene poi un’altra in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama ricercare. Viene forse il momento di un’altra esperienza, quella di disimparare.”

E mentre la città riapre le sue saracinesche-palbebre e riprende il tram tram di fine estate, io mi mangio una mela, biologica ma intera, e cerco occhi nuovi, negli occhi di mia figlia.

Le radici del coraggio

Nella parte più arida del Biogiardino, dove la sabbia si scioglie in nuvolette di fumo ad ogni passo, cresce rigoglioso un bel cespuglio di Timo. Il vocabolo greco Thymòs significa coraggio, qualità che risveglierebbe in coloro che ne odorano il profumo balsamico. Le leggende narrano che, grazie al suo profumo, il fiore del timo sia il preferito dalle fate, e la realtà afferma che, per la stessa caratteristica, è molto amato dalle api.

Nel Medioevo le dame ricamavano spighe di timo sulle insegne dei loro cavalieri come buon augurio.
Greci invece amavano produrre e consumare il miele ricavato con il nettare di questa pianta, e gli invitati ad un loro banchetto, prima del pasto bevevano spesso del vino aromatizzato con Timo, CannellaMenta.
Pare che persino i montanari scozzesi bevessero tè di timo selvatico per prevenire incubi notturni e paura.

Io me ne sono fatto subito una tisana in attesa della settimana di fuoco che mi aspetta.

Biforcazioni

Mentre stavo raccontando le virtù officinali di ginestra e caprifoglio ad un gruppo di escursionisti in stile “Angela junior”, un bimbetto ossuto si stacca esitante dal gruppetto e mi chiede:

-Ma come mai sai tutte queste cose?-

Già. Bella domanda. Sul momento rispondo che è parte del mio lavoro, che è la mia passione, eccetera eccetera… Ma la domanda è di quelle toste e si appiglia a qualche radice interiore e così, finita l’escursione, inizio a riflettere e a ricordare. E ricordo le estati trascorse, le prime della mia vita. Non le primissime, non quelle dei ricordi sbiaditi dal caldo in una stanza con le persiane chiuse, ma quelle dell’aria aperta, delle corse, delle fughe. Ricordo che tra mura di casa e banchi di scuola rendevo vita difficile a mamma e maestre. Ricordo che appena potevo fuggivo per i prati, salivo le colline della mia infanzia coltivate a scacchiera, tra fossi gonfi di girini e libellule, dove tra i chiaroscuri delle siepi si poteva sognare al fresco. Spesso mi portavo un libro, oppure una lente e leggevo, respiravo tutti gli odori che potevo e in silenzio osservavo le formiche mungere gli afidi delle rose.

Mi sentivo dentro il frullatore cosmico, senza averne il peso dell’appartenenza. Un osservatore innamorato e silenzioso. Forse sono diventato naturalista proprio per questo:

per continuare a studiare le biforcazioni, gli incroci e le comunanze che i più disparati oggetti dell’universo hanno tra loro, e trascorrere le giornate estive la dove il confine della vita si fonde con quello del paesaggio, generando quell’unione di innesti fragili e scarfugliati che chiamiamo uomini.

Quello è il luogo fisico dove ancora gioca quel ragazzino silenzioso delle mie estati.


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